Premessa necessaria
Mi chiamo Zeno Molgora, e prima di ogni altra cosa sono una persona. Con errori, sì, ma anche con una coscienza, una storia e delle intenzioni che spesso nessuno si è preso la briga di ascoltare davvero.
Negli ultimi anni, alcuni articoli di giornale mi hanno dipinto come una sorta di agitatore sociale, come "l'ideatore dei cortei No Green Pass" o "l'uomo delle chat Telegram", associandomi a toni sensazionalistici, accuse sproporzionate e a un’immagine che non mi rappresenta affatto. È facile costruire un personaggio quando si tolgono i contorni umani e si incollano etichette. È molto più difficile raccontare la verità, che spesso è scomoda, complessa e diversa da ciò che si vuole far credere.
La verità è questa: durante il periodo delle restrizioni sanitarie, ho espresso il mio dissenso. In modo forte, diretto, a volte anche provocatorio, ma sempre mosso da un'urgenza interiore profonda: quella di difendere la libertà, il diritto al lavoro, e la dignità di chi, come me, si è trovato improvvisamente escluso, etichettato, colpevolizzato.
Mi sono ritrovato al centro di un’indagine per aver condiviso contenuti in gruppi pubblici frequentati da decine di migliaia di persone. Alcuni file, come i Green Pass falsi, circolavano online da tempo e sono stati scaricati da migliaia di utenti: io ne ho denunciato l'esistenza, in modo forse ingenuo, ma mai a scopo di lucro, mai con finalità criminali. Non ho mai venduto nulla, né mai incitato alla violenza. Se oggi alcuni giornali scrivono che ho "istigato a delinquere", la realtà è che ho invitato a manifestare pacificamente, a scendere in strada, a non accettare passivamente imposizioni che sentivo profondamente ingiuste.
Ho accettato un patteggiamento perché sapevo che affrontare un processo lungo e mediatico avrebbe finito solo per consumare risorse e tempo preziosi. Ma quel patteggiamento non è una condanna morale. È stata una scelta strategica, non un’ammissione di colpa piena. Lo rifarei? Alcune cose no, le rifletterei meglio. Ma rinunciare a dire ciò che penso? Mai.